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Al traguardo della mia prima traversata atlantica - 22 giorni
Al traguardo della mia prima traversata atlantica – 22 giorni

Introduzione

In questo articolo su come prepare una barca da crociera ad una traversata atlantica ho voluto anche raccontare come ci sono arrivato. Questa premessa è importante, perché tutti dobbiamo trovare il nostro percorso di crescita “velica” prima di una traversata atlantica che nel mio caso fu in solitaria. La preparazione della barca richiede già una buona dimestichezza con i problemi e le situazioni che si affronteranno. Difficilmente troverete soluzioni nuove a problemi vecchi, dunque ascoltate gli altri ed imparate da chi ha già fatto.

Diffidate degli esperti dei forum e del bar del circolo velico. Andate subito al sodo e parlate con persone esperte che conoscono i problemi e le soluzioni. La ricerca di soluzioni è in parte propedeutica alla crescita ed è di per sè formativa. Ma quando si tratta di spendere soldi e comprare attrezzature non fidatevi del vostro istinto. Fidatevi delle miglia che hanno solcato tanti prima di voi con una certo tipo di equipaggiamento. Il mio mentore Jerry, di cui vi dirò, insisteva che a bordo non doveva esserci nulla che non avesse navigato con voi per almeno una stagione.

Allenamenti al Centro Italiano Vela d'Altura
Allenamenti al Centro Italiano Vela d’Altura

Ho visto tanti progetti per una traversata atlantica fallire sia fra i compagni delle mie prime regate che successivamente da professionista. Solo chi ha tantissima esperienza pregressa può tagliare tappe e prepararsi in poco tempo. Per tutti gli altri c’è una curva ripida di apprendimento che va scalata senza se e senza ma. Quando ero presidente del Centro Italiano Vela d’Altura (CIVA) ho aiutato tanti a crescere e salire di livello. Alzando l’asticella della vostra “comfort zone” navigherete anche in maggiore sicurezza. Imparare da persone “navigate” vi permette di evitare tanti errori.

Organizzazione della guida: prepare una barca da crociera ad una traversata atlantica

La prima sezione è dedicata al mio percorso di avvicinamento alla mia prima traversata atlantica. Questi racconti vogliono essere testimonianza di questo percorso da seguire e curva da scalare. Oggi potrei prepare una traversata atlantica in pochissimo tempo ma dalla mia prima volta ho navigato oltre 100 mila miglia. Sono anche stato istruttore per oltre un migliaio di allievi della mia scuola. Circa una decina sono poi arrivati a fare una traversata atlantica. Probabilmente ci sarebbero arrivati anche senza conoscermi ma spero di aver dato loro qualcosa.

I miei inizi mi fanno sorridere oggi, ma era preoccupante il mio livello di presunzione. Solo il mare può lavare via l’arroganza, onda dopo onda e svelare la vostra insignificanza di fronte agli oceani. Questo è un bene anche a livello umano e la vela mi ha dato tantissimo come persona. Non mi ha schiacciato e reso timoroso, ma mi ha insegnato un metodo ed una disciplina che non mi erano propri. Oggi, quando affronto un nuovo progetto, ho chiaro che si tratta di un percorso pratico e soprattutto personale. Arrivare ad un obbiettivo è fatto di tappe intermedie e di scelte oculate.

Partenza della OSTAR 2009
Partenza della OSTAR 2009 sul mio Sigma 36 del 1984

La seconda parte dell’articolo entra nel vivo della preparazione di una barca da crociera  per una traversata atlantica. Questo, ripercorrendo la mia preparazione alla OSTAR 2009 su un cruiser racer del 1984, simile ad un Comet 10,50. Una barca da crociera quindi né nuova né performante, ma che mi ha portato in 22 giorni a Newport, partendo da Plymouth. Ho vinto la mia classe, IRC3, sia in tempo reale che in tempo compensato. Dopo quell’esperienza sono passato alle barche da regata ed appena due anni dopo ho affrontato un giro del mondo alla Global Ocean Race.

Il mio percorso di avvicinamento alla prima traversata atlantica

Non esiste velista che si rispetti che non abbia fra i suoi sogni quello di una traversata atlantica. Ho iniziato a fare vela da piccolo nelle vacanze estive ma il mio vero avvicinamento al mare è avvenuto tardi. Verso i 25 anni, quando mi sono trasferito in Inghilterra per lavoro, ho iniziato a navigare nelle acque della Manica. Seppur avessi la patente nautica italiana, mi resi conti di sapere pochissimo. Le acque britanniche come quelle bretoni non hanno tempo da perdere con i principianti.

J24 in navigazione
J24 in navigazione

In brevissimo tempo mi resi conto che, a conti fatti, partivo praticamente da zero. Quello che pensavo di sapere era poco più di un’infarinatura che mi avrebbe messo in pericolo di vita, se avessi navigato da solo in quelle acque. Decisi allora che dovevo studiare e fare pratica, mi iscrissi al corso di teoria per lo Yachtmaster e comprai un vecchissimo J24. La barca la portai via a poche migliaia di euro visto che aveva una osmosi molto avanzata ed era semi abbandonata. Ma, per i miei obiettivi, familiarizzarmi con maree e correnti, era più che sufficiente.

Correnti di marea nel Solent
Correnti di marea nel Solent

Dopo poco mi resi conto che un J24 in acque inglesi è sicuro come un canotto in tempesta. I frequenti colpi di vento, le condizioni mediamente avverse rendevano tutto difficile. A distanza di anni posso dire che le condizioni estive del Regno Unito sono paragonabili a quelle dell’autunno avanzato ed inverno mediterraneo. Anche se a fatica, con vari amici e conoscenti iniziai a fare uscite e farmi un po’ le ossa. In quel periodo iniziai a sognare di fare una traversata atlantica. Immaginavo di andare ai Caraibi, starci qualche mese e tornare nello spazio di un futuro sabbatico di 6 mesi.

Alla ricerca di una barca da crociera per una traversata atlantica

Quando iniziai la mia ricerca di una barca da crociera adatta a fare una traversata atlantica non avevo le idee chiarissime. Mi trovavo in Inghilterra dove per fortuna il mercato non è dominato da Jenneau, Beneteau e Bavaria. Insomma le barche da crociera mediterranea hanno molta meno diffusione oltre manica. Questo perché spesso non sono neanche armate e pronte ad affrontare condizioni di mare che là son la norma. Chissà come mai all’inizio, ossessionato dalle collisioni con detriti alla deriva, mi ero fissato con le barche in metallo.

Guardai qualche OVNI in alluminio francese e un paio di barche in acciaio. Gli OVNI erano fuori budget e le barche che trovavo in acciaio davano subito l’impressione di avere mille magagne e richiedere un sacco di manutenzione. Ruggine e correnti galvaniche sembrano essere un problema non da poco su queste barche e decisi di passare alla vetroresina. Ancora terrorizzato dalle collisioni inizialmente pensavo che, pur non cercando una barca da crociera a chiglia lunga, volevo almeno uno skeg a proteggere il timone.

Sulla mia barca da crociera alla partenza della mia prima transatlantica - La OSTAR
Sulla mia barca da crociera alla partenza della mia prima transatlantica – La OSTAR

Purtroppo le barche con skeg erano rare e soprattutto molto vecchie. Era molto più facile trovare progetti di una decina di anni più recenti, degli anni ’80. Adocchiai un Sigma 36 che era stato di una scuola di vela e  che costava 30 mila sterline. La barca era in ordine funzionalmente, solo con interni un pochino consumati ma per 10,5m di barca da crociera l’affare mi sembrava buono. Un tipico cuiser-racer epoca IOR a poppa abbastanza stretta, che sembrava fare al caso mio. Molto famosi il Sigma 34 e sopratutto il 38, meno il 36 di cui ci sono pochi esemplari.

Il primo approccio con una barca da crociera in acque inglesi

Comprai la barca subito a Nord dell’estuario del fiume Tamigi per poi portarla nel Solent, le affollatissime acque tra l’isola di Wight e l’Inghilterra. Ogni weekend c’è qualche regata,  è davvero la mecca della vela britannica. Al trasferimento venne mio padre e un paio di amici inglesi. Dire che non avevamo la minima idea di quello che stavamo facendo mi sembra sminuire la nostra incoscienza. Navigammo di boa in boa fra le secche del Tamigi e poi verso le scogliere di Dover. Arrivammo sani e salvi ma già quel viaggio fu avventura.

La navigazione in acque inglesi può essere molto più dura di quanto siamo abituati a vedere in Mediterraneo.
La navigazione in acque inglesi può essere molto più dura di quanto siamo abituati a vedere in Mediterraneo.

Questa barca da crociera era armata con un armo frazionato ed un solo ordine di crocette. A prua un genoa avvolgibile, la randa in Dacron e, visto che parliamo di 15 anni fa, pochi strumenti. Per il trasferimento avevo comprato un GPS tascabile, ma non esistevano ancora app e telefonini con Navionics. Usammo carte nautiche cartacee e con una serie di waypoint tracciammo una via sicura in quelle acque insidiose. Le correnti erano davvero importanti, in alcune tratte raggiungevano i 4-5 nodi, quando questa barca da crociera di bolina ne faceva 6.

Quando mancava il vento si arretrava e solo a pieno motore si riusciva a progredire. Poi la marea girava e per 6 ore si volava con GPS spesso sopra i 10 nodi. All’epoca sapevo appena leggere l’almanacco con i flussi delle correnti. La curva di apprendimento era ripidissima e mio padre non aveva mai navigato in quei mari. Anche per lui tutte le miglia del Mediterraneo improvvisamente sembravano non contare molto in quelle acque aliene.

Come fare ad imparare, a crescere per arrivare ad una traversata atlantica?

Il trasferimento ed anche la stagione precedente sul J24 (che avevo venduto) erano stati un bagno di umiltà. Finalmente sapevo di non sapere molto, quando fino a pochi anni prima pensavo di essere un discreto velista! Mi dissi che se volevo imparare dovevo farlo in un contesto in cui fossi motivato a portare la barca da crociera al meglio. Col J24 avevo fatto qualche fantozziana regata di circolo in cui il più delle volte finivo con un DNF (Did Not Finish) senza neanche aver capito il percorso. Prima della partenza annunciavano il percorso con lettere che corrispondevano alle boe del Solent e mi perdevo.

Solent - Regno Unito
Solent – Regno Unito

Inoltre, trovare l’equipaggio non era affatto semplice, la mia barca da crociera non era certo un bolide. Io come skipper non è che offrissi chissà quale opportunità, su una barca di 20 anni e poca competenza. Cercando su internet trovai un piccolo gruppo che all’epoca si chiamava Petit Bateau. Oggi quel gruppo è diventato il Solo Offshore Racing Club, ma all’epoca sotto la guida di Jerry Freeman era poco più di un gruppo di amici. Organizzavano regate nel Solent e poi periodicamente regate più lunghe, tutte in solitaria.

Non ero partito con l’ambizione di fare regate in solitaria fu davvero un caso. Capitava spesso che i beoni inglesi mi promettessero di venire il sabato mattina. Il problema per un inglese è che il sabato mattina viene proprio dopo il venerdì sera – momento della settimana dedicato alla sbronza violenta. A corto di equipaggio, comprai un Tiller Pilot Raymarine ST2000 e mi iscrissi alla mia prima solitaria. Avevo comprato la barca in inverno, questa era la prima regata della stagione in aprile. Il giro dell’isola di Wight era di 50 miglia, che affrontai pur non avendo mai navigato in solitaria.

Il giro dell’isola di Wight in solitaria ed un mondo che si apre davanti a me

Arrivai alla partenza dal mio porto base di Southsea, non avevo mai incontrato nessuno degli altri skipper. L’iscrizione l’avevo fatta online, il tiller pilot era ampiamente sottodimensionato per la mia barca da crociera. Mi stavo lanciando nel buio verso una cosa molto più grande di me. Per placare l’ansia mi ripetevo che non sarei partito con vento forte. Mi dicevo che avrei sempre potuto ammainare tutto e tornare al mio porto a motore. Tante cose mi passavano per la testa perché davvero non sapevo cosa stavo facendo. Per fortuna, trovammo una giornata primaverile di poco vento.

Riuscii a fare tre quarti del giro dell’isola poi verso il tramonto il vento calò del tutto. Fui costretto ad accendere il motore con la marea contraria senza possibilità ragionevole di arrivare fino a Cowes. Volevo conoscere gli altri skipper, quindi senza vergogna mi ritirai comunque soddisfatto dell’esperienza. Come in ogni regata britannica che si rispetti, la regata serve a smaltire la sbornia del venerdì. Soprattutto fornisce la nuova giustificazione per una nuova bevuta del sabato sera. Mangiammo (poco) e bevemmo (troppo) in un pub sull’isola.

La rotta di Marco Nannini alla OSTAR 2009
La rotta di Marco Nannini alla OSTAR 2009

A quella cena rimasi di stucco, era perlopiù una rimpatriata fra vecchi amici. Tutti veterani di giri del mondo, traversate atlantiche, regate incredibili, Fastnet come fossero tic-tac. Ero in mezzo a decine di lupi di mare, velisti solitari di vecchia data. Contai a spanne almeno 15 partecipazioni ad almeno una OSTAR. La mitica transatlantica in solitaria da Plymouth a Newport, c’era chi l’aveva fatta 2-3 volte. C’era un anziano signore che narrava di una sua BOC Challenge e dei mari della Tasmania.

Il mio sogno di una traversata atlantica conosce nuove prospettive

Ascoltavo i racconti dei commensali e da spavaldo ventiseienne della City mi sentivo comunque un figo. Guadagnavo già troppi soldi per la mia età, ero alla mia seconda barca e terzo lavoro. Ero pronto ad illustrare il mio progetto chiarissimo nelle sue fasi. Avrei innanzitutto attraversato l’Atlantico partecipando ad una ARC (Atlantic Rally for Cruisers). All’arrivo avrei passato 2-3 mesi ai Caraibi per poi rientrare a Londra, entro un totale di sei mesi sabbatici. Parlavo con gli occhi lucidi di emozione, ero seduto vicino a Jerry Freeman, presidente del Club.

“Vuoi farei il triangolo atlantico, l’ho fatto due volte con mia moglie”. Quindi sapeva di cosa stavo parlando, la mia adrenalina era alle stelle! “Noioso, ti avverto, molto noioso, da giovane navigavo con lei e allora toccava fare le crociere”. Come noioso? Come poteva ridurre in frantumi il mio sogno di una traversata atlantica? “Devi fare la OSTAR, lì si che vai a fare qualcosa di interessante”. La OSTAR? Contro i venti e le correnti prevalenti? In mezzo agli iceberg di Terranova?

Marco Nannini e Paul Peggs
Marco Nannini e Paul Peggs alla Global Ocean Race 2011/2012 (Cape Town)

Un signore alto dagli occhi azzurri e i capelli biondi da ragazzino mi portò una birra. “Io non l’ho mai fatta la OSTAR, ma solo due Mini Transat e trasferimenti”. Era Paul Peggs che anni dopo diventò mio co-skipper in Class40. Paul raccontò del suo salvataggio in elicottero alla Mini Transat 1999, in cui aveva fatto un giro a 360° con la barca. Dopo aver disalberato, spaventato, si fece soccorrere. Nel 2001 dopo aver ricostruito la barca spiaggiata si capovolse nuovamente, ma non si ritirò. Dopo varie vicissitudini, concluse la sua Mini Transat.

Dalla semplice traversata atlantica in crociera ad una regata

Jerry mi spiegò come il club organizzava un ciclo di regate di difficoltà progressiva fino all’anno della OSTAR. Non avevo ancora finito la terza birra che Jerry mi parlava come fossi iscritto alla regata. Io ancora pensavo alla ARC e non capivo cosa stesse succedendo. “La tua fortuna, Marco, è che questa di oggi era la prima regata del ciclo di tre anni di preparazione alla prossima OSTAR. Direi che non hai molte scelte a questo punto, young man” aggiunse il biondo Paul. Comparve una quarta birra dove sicuramente il mio inglese aveva raggiunto livelli shakespeariani.

La cosa non faceva una piega, la barca da crociera che avevo era ottima per la bolina. Avevo tre anni davanti a me per prepararmi e Jerry sarebbe stato il mio mentore. Mi spiegarono come funzionava la progressione delle regate fino alla qualifica l’anno precedente la OSTAR che si correva nel 2009. In mezzo avrei dovuto fare quante più miglia possibili nella miriade di regate in doppio che ci sono in quelle acque. Da “The Myth of Malham” di 165 miglia da Cowes a St Malo, al Fastnet e tante altre.

Paul Peggs e Marco Nannini secondi alla Shetland Round Britain and Ireland 2010
Paul Peggs e Marco Nannini secondi alla Shetland Round Britain and Ireland 2010

Non posso dire di ricordare proprio tutti i dettagli della conversazione. Specie dopo che Paul mi portò la quinta pinta di birra, ma mi era chiaro che ero moralmente iscritto alla OSTAR. Dovevo preparare la mia barca da crociera, sarebbe stato lo stesso per la ARC, ma ora c’era una data. Tre anni esatti di tempo, da bancario a partecipante alla OSTAR del 25 Maggio 2009. Qualche miglia in Mediterraneo, una patente nautica italiana, un istinto di sopravvivenza e una giusta dose di incoscienza.

Le regate in doppio e in solitaria per accumulare miglia ed esperienza

La OSTAR ovviamente è molto di più di una traversata atlantica. Jerry iniziò a darmi titoli di libri da leggere, in cui venivano narrati i resoconti di altri concorrenti. Tra gli inglesi ce n’erano tantissimi, su ogni tipo di barca e lessi 30-40 libri. Ognuno parlava dei suoi problemi, tribolazioni, difficoltà, soluzioni e scelte. Ogni libro parlava di una persona con un sogno, un progetto da realizzare e di tutta la determinazione che occorreva per farlo. Per natura sono una persona che sa focalizzarsi sugli obiettivi e quello non mi spaventava. Mi rendevo conto però di quanto dovessi ancora imparare.

Display Radar
Display Radar

Ricordo una traversata della Manica con nebbia e radar in panne, non esisteva ancora l’AIS. Avevo recuperato un compagno di regate bretone, anche lui bancario che sicuramente sapeva molto più di me. Mi guardò chiedendomi se volevo fare la regata comunque senza radar, la cosa mi stupì. Certo, che volevo farla, qual era il problema, non l’avevo mai acceso. Dopo qualche ora la nebbia si levò, nel silenzio assoluto contai 15 navi mercantili allineate lungo le shipping lanes. Noi eravamo la ranocchia che doveva attraversare l’autostrada sperando di non essere spiaccicata.

AIS Classe C
AIS Classe C

Per arrivare a St Malò dovevamo lasciarci il faro dei Casquets a sinistra. Uno scoglio a Nord-Ovest dell’isola di Alderney noto per le forti correnti che lo interessano. Arrivammo nel pieno del flusso di marea, a favore, ma che raggiungeva i 7-8 nodi. Era ancora notte, il faro molto potente sembrava vicinissimo, mentre la nostra velocità era irrisoria rispetto alla corrente. E’ difficile spiegare a chi non ha mai navigato in quelle acque cosa si prova ad essere un tappo di sughero in balia del mare. Tra scogli, rocce semi affioranti, e con l’acqua che sale e scende nella baia anche di quasi 10 metri.

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